5G: ricorso di Vodafone e Iliad per le frequenze di Tiscali cedute a Fastweb. Un danno erariale da miliardi di euro?


Caos e malumore per i principali operatori telefonici, che al termine dell’asta delle frequenze per il 5G hanno acquisito le licenze che permetteranno lo sfruttamento della nuova rete di quinta generazione in Italia, con un esborso complessivo superiore ai 6,5 miliardi di euro.

Se Tim e Vodafone hanno speso 2,4 miliardi di euro ciascuna, Fastweb ha invece sostenuto uno sforzo economico non eccessivo. Di seguito, la tabella che riporta i dati dell’asta conclusasi il 2 Ottobre 2018.

A far discutere particolarmente nelle ultime ore è una questione relativa proprio alle frequenze attualmente in possesso di Fastweb. Si ricorda che il costo delle licenze è stato il più elevato in Europa, spingendo molti big del settore a sacrifici economici non indifferenti, come accennato recentemente da Amos Genish.

   

Sembrerebbe però che alcune frequenze non abbiano ricevuto dal Governo la medesima attenzione di quelle oggetto d’asta, sebbene non mancassero della medesima valenza strategica in vista dell’era del 5G.

Come riporta il quotidiano cartaceo La Repubblica del 5 Novembre 2018, è stato recentemente allungato il termine di scadenza di alcune licenze dal 2023 al 2029, concedendo anche la possibilità di commercializzarle. E’ per questa ragione che l’operatore Fastweb è riuscito a rilevare, alla cifra di appena 150 milioni di euro, una frequenza appartenente a Tiscali, che nel corso dell’asta è stata contesa con offerte miliardarie.

La questione è stata posta all’attenzione del Parlamento, è giunta sul tavolo del Ministero dell’Economia e delle Finanze e non sono mancati nemmeno i ricorsi al Tar da parte di Vodafone e Iliad, contestualmente a diverse segnalazioni all’Antitrust.

Le frequenze incriminate sono quelle della banda 3,4-3,6 Ghz, assegnata, in base alle indicazioni comunitarie, a Go Internet, Linkem, Mandarin e Aria S.p.A.

E proprio Aria, che nel 2008 aveva vinto l’asta per le frequenze WiMax, si è fusa con Tiscali nel 2015, consegnando le preziose frequenze nelle mani dell’imprenditore sardo Renato Soru, alla guida di una società attualmente in bilico, a causa di un debito di 175 milioni di euro con gli istituti di credito.

Il risultato è stato una cessione delle frequenze, prorogate al 2029, nei confronti di Fastweb per la cifra di 150 milioni di euro.

Il trading delle preziose frequenze, evidentemente necessario considerata la situazione finanziaria di Tiscali, non solo rischierebbe di alterare profondamente la concorrenza in un settore già interessato da forti turbamenti, ma potrebbe configurarsi come un danno erariale. Un danno che, sostiene La Repubblica, si aggirerebbe sui 4 miliardi di euro, se proporzionato  ai risultati dell’asta.

Le prospettive future sono molteplici e aprono la strada anche a circostanze poco felici. Se infatti lo Stato intervenisse sul trading delle frequenze di Tiscali, la società potrebbe non avere più a disposizione le risorse necessarie a coprire il suo debito. In questo contesto, la già precaria situazione debitoria dell’operatore potrebbe incrinarsi ulteriormente.

Anche Fastweb si ritroverebbe indebolita senza le sue nuove frequenze e a partita ormai conclusa, in una posizione di possibile sudditanza competitiva rispetto agli altri operatori.

Resta poi da attendere la prima mossa del governo. Se il danno erariale verrà effettivamente accertato, lo Stato potrebbe ricorrere alla Corte dei Conti, mentre AGCOM e Antitrust saranno costretti a muoversi con maggiore attenzione, in attesa che si individuino gli organi responsabili.

 

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