Huawei, un marchio che da 31 anni vuol mostrare come “la Cina agisce”


Era il 1987 quando Ren Zhengfei investiva un piccolo capitale per stabilire nel nascente distretto di Shenzen, in Cina, un’azienda dedicata allo sviluppo delle centraline telefoniche ad uso privato, le Private Automatic Branch eXchange, una tecnologia che permette di creare una rete telefonica interna ad un ambiente.

Ren Zhengfei, nativo della relativamente poco sviluppata provincia di Guizhou e cresciuto in una famiglia di umile estrazione, alla fine degli anni Ottanta rende Huawei protagonista dello sviluppo delle telecomunicazioni nei villaggi e nelle aree rurali nella zona di Shenzen, dove al posto dei topi che all’epoca rosicavano i cavi telefonici, adesso c’è un il distretto che è il vanto agli occhi del mondo del progresso industriale cinese.

D’altronde con il termine che Zhengfei le ha dato, il cui significato è la fusione di due parole che dicono “La Cina agisce” o “Il successo cinese”, Huawei si è davvero fatta un nome. Lo sviluppo nelle telecomunicazioni che Huawei ha messo in moto in Cina all’inizio degli anni Novanta, è stata la formula con cui l’azienda si è presentata nel resto del mondo, specialmente in Europa e in America, in particolare in Svezia e negli Stati Uniti, dove nel 2000 e nel 2001 la società ha fondato dei centri di ricerca al di fuori del continente asiatico.

Ancora sconosciuta al grande pubblico, agli inizi degli anni Duemila Huawei ha definitivamente scelto la strada dell’espansione internazionale. Nel 2005, le commesse dall’estero hanno per la prima volta superato quelle domestiche e la società ha allacciato diverse partnership con le aziende del settore europee come fornitore principale di apparati di comunicazione per Vodafone e British Telecom e poi per altri operatori leader nei mercati nazionali del continente.

   

Negli stessi anni Huawei ha fatto dell’Europa la sua seconda casa, con lo stabilimento di centri di ricerca e sviluppo, ma anche di logistica (in Ungheria), di controllo di rischi finanziari (a Londra).

La reputazione e l’espansione raggiunte nel settore ha permesso a Huawei di superare nel 2012 la rivale svedese ultracentenaria Ericsson nella produzione degli impianti di telecomunicazioni. Negli ultimi anni l’azienda si è dedicata allo sviluppo delle infrastrutture per il 5G supportando l’Unione Europea nei suoi progetti per il 5G e annoverandosi tra i fondatori del Centro per l’Innovazione del 5G in Gran Bretagna.

Il segmento degli smartphones è cosa più recente ed è solo una delle ultime scommesse della storia della società di Zhengfei. Nel 2011 Huawei ha lanciato le serie Ascend e Honor che hanno segnato una netta crescita nelle vendite dei dispositivi battezzati dal nuovo approccio “Dream it Possible”. Nel 2011 Huawei vendeva 20 milioni di smartphones e a distanza di soli sette anni ha decuplicato le cifre, passando ad essere il terzo operatore al mondo nel 2015 e il secondo nel 2018 superando Apple e minacciando la leadership di Samsung.

Oggi Huawei si presenta ai consumatori con i suoi ultimi arrivati Huawei P20, P20 Lite, P20 Pro, Mate 20 e Mate 20 Pro, ma conferma lo sguardo verso il futuro rinnovando il suo prestigioso apporto nello sviluppo di sistemi e soluzioni per l’Internet delle Cose, intelligenza artificiale e il 5G, dove l’azienda svolge in Italia un ruolo principale nell’ambito del programma di sperimentazioni promosso dal Ministero dello Sviluppo Economico.

È tuttavia in questo campo che nascono le preoccupazioni delle istituzioni pubbliche dei Paesi occidentali. Huawei è già soggetta ad un bando negli Stati Uniti, in Australia e in Nuova Zelanda. Non nuove sono anche le esortazioni da parte di altri Paesi di una maggiore sicurezza per le informazioni che passano dagli apparati di rete, questione che è stata sollevata anche dalla Casa Bianca agli alleati del vecchio continente. Ad infondere timore, sostiene il Sole 24 Ore, sembra essere una legge del 2017 che obbliga i cittadini e le aziende cinesi a cooperare nel e sostenere il lavoro di intelligence nazionale.

Il rapporto tra Zhengfei e il partito di governo che ha permesso a Huawei di crescere, è considerato un pericolo all’estero e lascia spazio in Occidente al timore che possano esserci operazioni di spionaggio.

In questo clima il 6 Dicembre 2018 la polizia canadese ha eseguito un mandato emanato dalle autorità statunitensi arrestando Meng Wanzhou, Chief Financial Officer di Huawei, nonché figlia di Ren Zhengfei. L’accusa ufficiale è quella di aver violato l’embargo che gli Stati Uniti hanno posto nei confronti dell’Iran. La manager è stata rilasciata sotto la garanzia di una cauzione di 10 milioni, ma i rapporti rimangono tesi.

Notizia degli ultimi giorni è il fatto che gli Stati Uniti starebbero preparando un ordine esecutivo per bollare come rischiose per la sicurezza nazionale le tecnologie di accesso ad internet cinesi. Si tratta di una questione in cui Huawei sarebbe direttamente coinvolta.

 

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