Vittorio Colao: un tuffo nel passato tra Vodafone e l’attuale globalizzazione


Secondo Vittorio Colao, la globalizzazione ha reso il mondo troppo omogeneo, con poca differenziazione, nonostante abbia aumentato il benessere economico mondiale. 

Di origine lombarda, Vittorio Colao detiene una laurea alla Bocconi ed un Master in Business Administration alla Harvard University. La sua carriera è iniziata prestando servizio presso la banca d’affari Morgan Stanley e per la McKinsey & Company a Milano. Entra nel mondo della telefonia nel 1996, quando diventa direttore generale di Omnitel fino a divenire l’amministratore delegato di Vodafone il 29 Luglio 2008. Dopo un decennio di successi, chiude ufficialmente con Vodafone il 15 Maggio 2018, cedendo il posto di CEO a Nick Read, definito da Colao stesso, una persona eccezionale ed incredibilmente resistente.

In una recente intervista rilasciata al quotidiano il Sole 24 Ore, l’ex CEO Vodafone parla della globalizzazione e di come questa ha cambiato radicalmente il mondo. Questo fenomeno ha portato, secondo Colao, alla crisi del mondo occidentale, aprendo la strada al populismo con una politica di forte sospetto verso la democrazia rappresentativa, basti pensare al successo dei Cinque Stelle in Italia.

Egli vede il mancato funzionamento dei servizi pubblici come una delle principali motivazioni che hanno portato alla contrapposizione tra popolo ed élite: “come fai a rispettare lo Stato se nella scuola di tuo figlio o all’ospedale i muri sono malconci?”.

   

Afferma, inoltre, che le multinazionali, dagli anni ’90 in poi, sono state fondamentali per formare l’attuale organizzazione mondiale. Nei dieci anni al comando dell’azienda Vodafone, dichiara di aver puntato sull’internazionalità piuttosto che sul globalismo, riportando un simpatico esempio relativo alle riunioni con 250 dirigenti, in cui, in occasione del Ramadan, non si cenava fino alle 9:30 di sera per rispetto di una decina di colleghi di religione musulmana, i quali, allo stesso modo, rispettavano il fatto che si bevessero birra e vino durante la cena.

Un altro segno distintivo operato da Colao, è il fatto di non aver mai accettato la corruzione in luoghi dove il settore pubblico si unisce molto spesso al privato, rispettando allo stesso tempo le politiche relative all’Lgbt di alcuni Paesi, come l’India o l’Egitto, molto diverse da quelle italiane.

Lo stile manageriale di Colao si basa, principalmente, su tre elementi: strategia, impresa e persone; distaccandosi completamente dal mondo imprenditoriale di Sergio Marchionne, definendolo distante dal mondo dei manager, ma appartenente “alla categoria degli imprenditori che credono al loro progetto in maniera così intensa da farlo prevalere su tutto, visionari che creano realtà che prima non esistono, come Steve Jobs e Masayoshi Son”.

Colao sostiene di non aver mai avuto un’ossessione verso la finanza d’impresa, affermando che l’eredità sono le persone con cui si lavora piuttosto che le grandi azioni, dato che queste ultime non saranno più ricordate dopo qualche anno, mentre le persone rimarranno sempre accanto.

L’ex Chief Executive Officer dell’operatore telefonico, ha, inoltre, ricordato un episodio che ha definito il codice culturale ed etico di Vodafone:

“Quando come Omnitel venimmo acquisiti, ci aspettavamo di essere colonizzati e dominati dall’Inghilterra. Invece, andò diversamente. Chris Gent, che […] rappresentava il meglio dell’impero inglese e della sua evoluzione economica e finanziaria, radunò tutto il management, sia della capogruppo sia delle società acquisite in Europa, in un castello nella campagna inglese. Per due giorni discutemmo di valori […] da subito si formarono due orientamenti in cui i nuovi, cioè noi italiani, i portoghesi e i tedeschi, parlavano di passione, crescita e clienti al centro di tutto, mentre i vecchi, ossia gli inglesi, parlavano di profitti e di City”.

Alla fine di quei due giorni, Gent diede ragione ai nuovi, basando l’azienda sui valori e sulle persone, piuttosto che solamente sui profitti. In Vodafone, Colao, ha realizzato 116 miliardi di euro di disinvestimenti, 100 miliardi di investimenti e 50 miliardi di acquisizioni, scegliendo di vendere molti pacchetti di minoranza al fine integrare le persone, “il capitalismo degli incroci azionari e delle zone di influenza non funziona. Basti vedere quanto è capitato in Renault-Nissan e in Corea”

Per finire, egli afferma che il capitalismo rigido, molto sviluppato in Italia, deve cedere il posto ad un capitalismo più dinamico, visto che gli assetti vengono continuamente ribaltati da discontinuità tecnologiche e sociali.

 

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