Crisi Call Center: per i sindacati è necessario il rispetto della tariffa minima senza penalità


Il mondo dei call center è veramente in ginocchio? I sindacati ritengono che il settore sia soggetto ciclicamente a dei momenti di gravi difficoltà, derivanti dalle dinamiche degli appalti, che spingono l’incidenza del costo del lavoro a livelli molto elevati. Il settore sembrerebbe dunque in una situazione d’emergenza, che necessita una veloce risoluzione.

In questo contesto, i sindacati hanno recentemente ricordato che si rivela necessario restituire valore all’intera filiera sottoforma di giusta retribuzione, rispetto delle regole e gestione dei problemi ciclici. Così, SLC CGIL, FISTel CISL e UILCOM UIL hanno evidenziato la serie di strumenti volti a superare la crisi attuale.

In primo luogo, viene esposto il tema delle clausole sociali. In queste settimane, si stanno realizzando degli enormi cambi d’appalto che coinvolgeranno almeno 5000 persone in tutta Italia, per committenti come INPS ed ENEL. Tali spostamenti rappresentano, secondo i sindacati, il primo vero banco di prova dello strumento della clausola sociale, che prevede il proseguimento del rapporto di lavoro da un appaltatore all’altro, nel caso di successione di imprese in appalto con lo stesso committente. Viene dunque auspicato che lo Stato vigili sugli spostamenti di queste settimane con lo scopo di assicurare la piena applicazione dello strumento.

Il secondo aspetto di rilievo è costituito dalle tariffe stabilite. Attualmente, con l’accordo siglato al Ministero del Lavoro, la tariffa minima oraria è di 0,43 centesimi di euro al minuto. Occorre però fare di tutto per salvaguardare tale vincolo, anche per mantenere il salario fissato dal CCNL.

   

In questo senso, i sindacati citano il caso della commessa Enel e dei sistemi di penalità e malus sui livelli di servizio e vendite che finiscono per ridurre la retribuzione nettamente al di sotto del vincolo fissato. Per questa ragione, i sindacati richiedono una maggiore vigilanza anche sui processi di costruzione dei bandi, a partire proprio da quelli pubblici, per far sì che il costo del lavoro sia rimosso dalla quota di costo comprimibile in sede di gara.

Per quanto concerne invece le delocalizzazioni, i sindacati ricordano che la legge 134 del 2012 permette agli utenti di scegliere se proseguire la chiamata con un operatore che risponde da un Paese extra UE, oppure trasferirla a un Paese dell’Unione. Per i sindacati, tale legge si rivela meno rispetto alla proposta originaria, che richiedeva la risposta solo dall’Italia.

Infatti, molte aziende avrebbero deciso di spostare i volumi verso paesi dell’Unione Europea caratterizzati comunque da un costo del lavoro quanto più basso possibile rispetto a quello italiano. Per scardinare tale sistema, ormai profondamente radicato, i sindacati richiedono il ritorno in italia di quanti più volumi possibili, favorendo l’occupazione stabile e duratura.

Al rientro in Italia vanno però accompagnati degli ammortizzatori sociali ordinari per favorire l’aumento della qualità dei servizi, e il noto fondo di solidarietà per la filiera TLC, che i sindacati richiedono già da diverso tempo. Per questo strumento, viene apertamente richiesto un intervento pubblico di sostegno.

Per i sindacati, in ultima analisi, il settore dei call center in Italia non può ancora considerarsi maturo, in quanto caratterizzato da un esubero con connotati strutturali che invoca la nascita di appositi strumenti di riprofessionalizzazione. Se l’andamento attuale proseguirà, il timore delle organizzazioni sindacali è che ci si possa trovare di fronte a gravi crisi occupazionali.

 

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