AIIP segnala alla Commissione UE il CUP chiesto dai Comuni italiani a operatori rete fissa
L’Associazione Italiana Internet Provider (AIIP) ha inviato una segnalazione alla Commissione dell’Unione Europea relativamente alla disciplina italiana del Canone Unico Patrimoniale (CUP), applicato alle reti e ai servizi di telecomunicazione, e in particolare sul meccanismo del canone minimo, che comporta per gli operatori fino a circa 950 euro annui da pagare a ciascun Comune.
AIIP lo ha annunciato nella giornata di ieri, 25 Giugno 2026, mettendo quindi al centro della segnalazione il canone minimo previsto dall’Articolo 1, comma 831, della legge n. 160 del 2019.
Secondo l’Associazione, l’applicazione di un importo minimo fisso, indipendente dal numero effettivo di utenze servite, produrrebbe “effetti sproporzionati e distorsivi”, in particolare nei confronti degli operatori territoriali, dei piccoli fornitori di connettività e delle imprese che operano in pochi Comuni o con poche linee attive.
A detta di AIIP si tratterebbe di un paradosso, in quanto un operatore di grandi dimensioni, con migliaia di clienti in un Comune, pagherebbe un importo proporzionato alla propria base clienti, mentre un piccolo operatore con poche linee, attivate ad esempio per servire una frazione, una sede secondaria o un’area a domanda debole, può trovarsi a sostenere un costo unitario decine o centinaia di volte superiore.
L’Associazione sostiene che la questione si è aggravata a seguito delle più recenti interpretazioni giurisprudenziali e dell’avvio, da parte di numerosi enti e concessionari della riscossione, di richieste di pagamento riferite anche ad annualità pregresse.
Inoltre, come già denunciato nei mesi scorsi dall’Associazione Italiana Internet Provider, il CUP viene richiesto anche a soggetti che non hanno infrastrutture proprie nel sottosuolo comunale e che acquistano servizi wholesale già attivi da operatori di rete, situazione che secondo AIIP rischia di generare contenziosi su larga scala.
Nella segnalazione trasmessa alla Commissione UE, AIIP richiama i principi del Codice europeo delle comunicazioni elettroniche e del Gigabit Infrastructure Act.
In particolare, l’Associazione ritiene che un onere fisso non commisurato né all’uso effettivo del suolo pubblico, né al numero di utenti serviti, né al beneficio economico tratto dall’operatore, rischi di porsi in contrasto con i principi di proporzionalità, trasparenza, non discriminazione e promozione della concorrenza.
Giuliano Claudio Peritore, Presidente dell’Associazione che rappresenta medi e piccoli operatori, ha affermato:
“È una tassa al contrario: più sei piccolo, più paghi per singola linea. Il risultato non è un maggiore gettito stabile per i Comuni, ma l’espulsione dal mercato degli operatori territoriali, il blocco di investimenti marginali ma essenziali, la riduzione della concorrenza e, alla fine, meno scelta per cittadini e imprese.
L’Europa chiede reti ad altissima capacità, concorrenza sostenibile, diffusione della banda ultralarga e riduzione del divario digitale. Poi, sul territorio, un operatore che prova a servire pochi utenti in un Comune rischia di ricevere una richiesta CUP sproporzionata rispetto al fatturato generato da quelle linee. È una contraddizione evidente.
Se davvero si vuole ridurre il digital divide, bisogna evitare che le regole fiscali locali rendano impossibile fare piccoli investimenti infrastrutturali.
Gli operatori territoriali non chiedono privilegi. Chiedono una cosa molto più semplice: pagare in modo proporzionato, secondo criteri chiari, senza duplicazioni e senza essere schiacciati da un minimo fisso pensato senza considerare la realtà del mercato”.
Giovanni Zorzoni, Vicepresidente di AIIP, ha dichiarato:
“Il problema non è pagare il giusto. Il problema è trasformare un canone pensato per l’occupazione del suolo pubblico in un meccanismo cieco, che colpisce allo stesso modo chi ha migliaia di linee e chi ne ha cinque.
Se un operatore locale vuole collegare venti clienti in una frazione dimenticata dai grandi, non può essere punito con un gradone fiscale che rende antieconomico l’investimento prima ancora di iniziare”.
AIIP ricorda che da tempo sostiene la necessità di una riforma che possa distinguere tra operatori di rete, soggetti che vendono servizi alla clientela finale e operatori verticalmente integrati.
Dunque, secondo l’Associazione l’elemento distorsivo sarebbe proprio il meccanismo del canone minimo fisso e uguale per tutti gli operatori, che ignorerebbe la struttura del mercato delle telecomunicazioni, dove esistono reti fisiche, servizi wholesale, accessi virtuali, rivendita di connettività e modelli ibridi.
AIIP afferma che la Direttiva europea 2018/1972 e il Gigabit Infrastructure Act sono costruiti per favorire la realizzazione e la diffusione di reti ad altissima capacità, non per creare barriere artificiali all’ingresso e alla permanenza degli operatori locali nei mercati comunali.
Pertanto, l’Associazione sostiene che colpire in modo più pesante proprio le imprese più piccole rischia di produrre l’effetto opposto rispetto agli obiettivi europei.
AIIP chiede quindi alla Commissione europea di valutare la compatibilità dell’attuale applicazione del CUP con il quadro europeo delle comunicazioni elettroniche e con gli obiettivi del Gigabit Infrastructure Act.
Inoltre, l’Associazione invita il Governo italiano ad intervenire quanto prima con un chiarimento normativo che stabilizzi il comparto, riduca il contenzioso e consenta ai Comuni di incassare quanto dovuto, a detta di AIIP senza penalizzare gli operatori locali.
Editing Simone Nicolosi





