Scorporo della rete Tim: una possibile soluzione per salvare l’Italia dalle duplicazioni e dai ritardi


Sono passati circa 21 anni da quando, nel 1997, il monopolio statale di Telecom Italia cessava la sua lunga esistenza per lasciare spazio al nocciolo duro. Così come questa tipica espressione dell’economia prevede, per Telecom si tentava la strada della costituzione di un forte gruppo di azionisti che garantisse una certa stabilità aziendale.

Nel corso delle numerose vicissitudini societarie (dall’acquisto da parte di Olivetti, all’inserimento della spagnola Telefónica, fino alla rilevazione dei francesi Vivendi e alla scalata del fondo americano Elliott), si è più volte riproposto l’argomento dello scorporo della rete, statale fino a pochi anni prima.

La questione è entrata nel dibattito da quando negli anni a cavallo fra il primo e il secondo decennio del nuovo millennio si è cominciato a parlare in generale con più frequenza di innovazione dell’infrastruttura digitale.

La proposta risultava inizialmente inammissibile per i privati, avidi nel far accrescere il valore dell’incumbent. Non a caso l’argomento diventò spinoso sia per Stefano Pileri, che nel 2009 abbandonò il ruolo di manager responsabile della rete,  che per Franco Bernabè, che dovette bruscamente interrompere le trattative per il processo di societarizzazione della rete.

   

Dinanzi al reale calo degli investimenti destinati alla rete da parte di Telecom, testimoniato a più riprese dall’economista Riccardo Gallo, lo Stato avrebbe deciso di avviare un progetto parallelo di digitalizzazione, costituendo Open Fiber S.p.A.

La società, controllata alla pari da Enel e da Cassa Depositi e Prestiti, quest’ultima a sua volta di proprietà per l’86% del Ministero del Tesoro, sta svolgendo un lavoro di cablaggio del territorio soprattutto nelle aree bianche, talmente poco popolate da non attirare gli investimenti degli operatori a causa dei bassi profitti che si genererebbero.

Da allora, il governo sta intervenendo attraverso Open Fiber per compensare il ritardo tecnologico che alcune parti del territorio italiano accusano a causa della non idoneità degli investimenti effettuati. La situazione è ben analizzata nell’inchiesta “Gli sfibrati” nella puntata di “Report” del 9 Aprile 2018.

Negli ultimi mesi, poi, il dibattito sulla rete è riemerso immediatamente come effetto collaterale dell’istruttoria aperta dal governo sulla mancata notifica da parte di Vivendi della presa del controllo di fatto di Telecom Italia, nel frattempo ribattezzata definitivamente Tim. Quest’ultimo sviluppo è legato ad atti o fatti che Vivendi avrebbe illegittimamente adottato o realizzato, nonostante anche le precedenti gestioni non fossero prive di critiche.

Nel giro dell’ultimo anno si è quindi passati dalla smentita sulla volontà da parte del board aziendale di avviare lo scorporo a dichiarazioni positive provocate anche dalle pressioni del governo e confluite nel piano volontario per la separazione della rete di accesso presentato all’Agcom e approvato dall’Autorità.

Sebbene si tratti di un passaggio chiave da parte dei poteri pubblici per il maggiore controllo della rete di proprietà di Tim, non è ancora noto il modello che si verrà a creare – e se porterà alla fusione della rete Tim e della rete Open Fiber – e se basterà a garantire una rete neutrale, come lo è per il settore dell’energia elettrica con Terna S.p.A e nel settore del gas naturale con Snam S.p.A.

In queste due fattispecie, regolate dal modello RAB (Regulatory Asset Base), le società che si servono dell’infrastruttura di rete per l’erogazione dei propri servizi, ricevono i ricavi sulla base del capitale investito netto, calcolato in funzione delle regole stabilite dall’Autorità di settore.

La decisione, più volte rimandata nel corso degli anni, è adesso divenuta d’obbligo. La relazione dell’Unione Europea sulla banda larga relativa al 2017 classifica l’Italia 24esima su 31 per la copertura della tecnologia FTTP, che comprende la rete FTTB (Fiber To The Building) che si riferisce alla tecnologia in cui la fibra raggiunge il palazzo, e la rete FTTH (Fiber To The Home) che porta la fibra direttamente alle case. Negli ultimi anni gli investimenti sono stati maggiormente dedicati alla FTTC (Fiber To The Cabinet), cioè al collegamento della fibra con gli armadietti stradali, un sistema che però non garantisce le stesse potenzialità dei due precedenti modelli.

Tim Scorporo Rete

Grafico della copertura della rete FTTP nell’Unione Europea e in Norvegia, Svizzera e Islanda

L’Italia, inoltre, dovrà premere l’acceleratore anche in vista del 2025, anno della scadenza che l’Ue ha preso in consideazione per dotare della rete FTTH tutte le scuole, le stazioni ferroviarie, le pubbliche amministrazioni, gli aeroporti e le aziende che lavorano in digitale e per coprire totalmente tutte le aree rurali della rete alla velocità di 100 Mbps.

 

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